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Breve resoconto sull’imprigionamento dell’autore (318-339)

Page history last edited by Paolo E. Castellina 6 months, 1 week ago

Grazia che abbonda al maggior peccatore

 

Breve resoconto sull'imprigionamento dell'autore


318) Quando già da tempo facevo professione del glorioso Evangelo di Cristo, e lo predicavo da circa cinque anni, fui arrestato ad una riunione di fedeli (ai quali quel giorno mi proponevo di predicare, se non mi avessero strappato via da loro), e condotto davanti ad un giudice il quale, nonostante che io gli avessi dato assicurazione che mi sarei presentato alle udienze successive, mi fece imprigionare ugualmente, poiché le mie garanzie non erano sufficienti a vincolarmi a non predicare più.

319) Nelle udienze successive, fui accusato di essere un propugnatore e un sostenitore di. riunioni e di conventicole illegali, e di non conformarmi al culto nazionale della Chiesa d'Inghilterra; e dopo alcuni abboccamenti con i giudici, questi, scambiando la mia sincerità per una confessione, come la definirono, della colpa imputatami, mi condannarono all'esilio, poiché mi rifiutavo di fare atto di sottomissione. Così, dopo essere stato riconsegnato nelle mani dei carcerieri, ritornai in prigione, e vi rimasi dodici anni interi, aspettando di vedere come Dio avrebbe permesso che questi uomini si comportassero con me.

320) In questa condizione io rimasi con molta soddisfazione, per merito della grazia; dovetti tuttavia subire nel mio cuore prove su prove, sia da parte del Signore, che di Satana e delle mie corruzioni; e da tutto ciò (sia gloria a Gesù Cristo) io ricevetti, fra le altre cose, convinzioni, ammaestramenti e facoltà di comprendere, tutte cose sulle quali ora non mi dilungherò. Vi farò solo un accenno, in poche parole, che possa incitare le persone pie a benedire Dio, e a pregare per me; ed inoltre, a trarre incoraggiamento, se si dovessero trovare nella mia stessa situazione, a non temere quello che gli uomini possono far loro.

321) Non avevo mai avuto, prima d'ora, una così grande penetrazione nella Parola di Dio; quelle Scritture nelle quali prima non scorgevo nulla, risplendevano davanti ai miei occhi; lo stesso Gesù Cristo non era mai stato così reale ed evidente: lo vedevo e lo sentivo veramente. Queste parole : «Infatti vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del nostro Signore Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole abilmente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua maestà» (2 Pi. 1:16), e queste altre: «...per mezzo di lui credete in Dio che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria affinché la vostra fede e la vostra speranza siano in Dio» (1 Pi. 1.21) mi suonavano dolcissime nella mia condizione di prigioniero.

322) Anche queste tre o quattro Scritture mi sono state di grande sollievo: Gv. 14:1,2,3,4; Gv. 16:33; Cl. 3:3,4 - Eb. 12:22,23,24. Tanto che talvolta, quando ero immerso nel conforto che da esse mi proveniva, potevo ridere delle mie disgrazie, e non temere «né il cavallo, né il cavaliere». Ho avuto dolci visioni del perdono dei miei peccati in questo mondo, e della mia possibilità di essere con Gesù in un altro mondo: «Oh, monte Sion, Gerusalemme celeste, miriadi degli Angeli, o Dio giudice di tutto, o anime dei giusti giunti alla beatitudine celeste, o Gesù »; quanto mi siano state dolci queste parole in prigione, non so esprimere, e sono certo che non vi riuscirò mai più in questo mondo; e ho scorto una grande verità in questa Scrittura: «Benché non l'abbiate visto, voi lo amate; credendo in lui, benché ora non lo vediate, voi esultate di gioia ineffabile e gloriosa» (1 Pt. 1:8).

323) Non avevo mai saputo, prima di entrare in prigione, che cosa significasse avere Dio accanto in ogni occasione, e ad ogni tentativo di Satana di tormentarmi, ecc. ; infatti, tutte le volte che mi si sono presentati i timori, mi sono stati offerti sostegno e incoraggiamento. Sì, non appena subivo un'aggressione, o una parvenza di essa, Dio, essendo molto sollecito verso di me, non permetteva che io venissi molestato, ma mi dava forza contro tutto con questa o quell'altra Scrittura; tanto che spesso dicevo: "Se fosse legittimo, pregherei di avere maggiori afflizioni, per avere anche maggior consolazione" (Ec. 7:14; 2 Co. 1:5).

324) Prima di andare in prigione, mi resi conto di quello che stava per succedere, e feci principalmente due considerazioni che mi scaldarono il cuore: la prima era come sarei riuscito a sopportare la mia prigionia, se fosse stata lunga ed estenuante; la seconda, come sarei riuscito ad affrontare la morte, se quella fosse stata la mia sorte. Per la prima, mi aiutò molto Colossesi 1:11, soprattutto ad invocare da Dio di essere «fortificati in ogni cosa dalla sua gloriosa potenza, per essere sempre pazienti e perseveranti». Raramente mi rivolgevo alla preghiera prima di essere imprigionato, ma per un anno intero fu come se questa frase, o dolce supplica, si fosse radicata nella mia mente, e mi persuadesse che, se fossi passato attraverso una lunga sofferenza, avrei dovuto avere una pazienza a tutta prova, specialmente se volevo sopportarla con gioia.

325) Quanto alla seconda considerazione, mi fu di grande aiuto 2 Co. 1:9: «Anzi, avevamo già noi stessi pronunciato la nostra sentenza di morte, affinché non mettessimo la nostra fiducia in noi stessi, ma in Dio che risuscita i morti». Da questa Scrittura fui condotto a considerare che, se volevo soffrire rettamente, dovevo prima emettere una condanna a morte contro tutto quello che può essere propriamente chiamato una cosa di questa vita, considerando me stesso, mia moglie, i miei figli, la mia salute, le mie gioie e tutto il resto come cose morte per me, e me stesso come cosa morta per loro: «Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; e chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me» (Mt. 10.37).

326) In secondo luogo, dovevo basare la mia vita su Dio che è invisibile; come disse Paolo in un altro passo, il modo per non venir meno consiste «...mentre abbiamo lo sguardo intento non alle cose che si vedono, ma a quelle che non si vedono; poiché le cose che si vedono sono per un tempo, ma quelle che non si vedono sono eterne» ( 2 Cor. 4.18). E così ragionavo fra di me: se mi premunisco solo contro la prigione, allora la sferza giunge inaspettata, e così pure la gogna; se mi premunisco contro queste, non sono preparato all'esilio; inoltre, se concludo che l'esilio è il peggio che mi possa capitare, se allora viene la morte, sono sorpreso; cosicché io penso che il modo migliore per passare attraverso le sofferenze è confidare in Dio attraverso Cristo, per quanto riguarda la vita eterna; per quanto riguarda questa vita, «considerare la tomba come la mia casa, stabilire il mio letto nell'oscurità, e dire alla decomposizione della carne: Tu sei mio padre; e al verme: Tu sei mia madre e mia sorella», allo scopo di familiarizzare con queste cose.

327) Ma, nonostante questi aiuti, mi scoprii un uomo, e per di più assediato da debolezze: la separazione da mia moglie e dai miei poveri figli è stata come strapparmi la carne dalle ossa; e non solo perché io ero estremamente attaccato a questi grandi doni del Cielo, ma anche perché mi venivano spesso alla mente le molte difficoltà, sofferenze e necessità che la mia povera famiglia avrebbe incontrato, se io fossi stato strappato loro, specialmente la mia povera bimba cieca, che più di ogni altra cosa mi era vicina al cuore; oh, il pensiero delle sofferenze a cui la mia povera creatura poteva andare incontro mi spezzava il cuore!

328) Povera bimba, pensavo, quale dolore ti toccherà in sorte su questa terra? Tu sarai percossa, dovrai chiedere l'elemosina, soffrire la fame, il freddo, la miseria, e migliaia di altre disgrazie, mentre io non sopporto nemmeno il pensiero che il vento soffi su di te; ma poi, riprendendomi, pensavo: devo affidarvi tutti a Dio, anche se fa tanto male lasciarvi. Mi sembrava di essere un uomo che facesse crollare la sua casa sulla testa della moglie e dei figli; eppure pensavo: «Devo farlo, devo farlo »; e mi venivano in mente quelle «due vacche allattanti che dovevano trasportare l'arca di Dio in un altro posto lasciando dietro di sé i vitellini » (1 Sa. 6:10,11,12).

329) Diverse considerazioni mi furono d'aiuto in questa tentazione e ne citerò tre in particolare: la prima, fu la considerazione di queste due Scritture: "Lascia i tuoi orfani, io li farò vivere, e le tue vedove confidino in me!" (Gr. 49:11).

330) Facevo inoltre questa considerazione: se affidavo tutto a Dio, lo impegnavo a prendersi cura di tutte le mie faccende; ma se abbandonavo lui e le sue vie, per timore di qualche fastidio per me e per i miei, allora non solo rinnegavo la mia professione, ma anche ritenevo che le mie faccende non sarebbero state così al sicuro se lasciate ai piedi di Dio, mentre io sostenevo la sua causa, come se me ne fossi occupato io, ma escludendo l'intervento di Dio. Questa era una considerazione pungente, ed era come uno sperone nella carne; ed inoltre, una Scrittura contribuì ad imprimerla ancora di più, quella in cui Cristo prega contro Giuda, che Dio lo frusti in tutti i pensieri egoisti che lo hanno spinto a vendere il suo Maestro. Vi prego di leggerla con calma (Sl. 109:6,7,8, ecc.)

331) Facevo anche un'altra considerazione, e cioè quale terrore dei tormenti dell'inferno dovevano avere sicuramente quelli che per timore di portare, una croce rifuggono dalla professione di Cristo, della sua Parola e delle sue leggi, di fronte ai figli degli uomini. Pensavo inoltre alla gioia che egli aveva preparato per quelli che, con fede, con amore e con perseveranza, sostenevano di fronte ad essi la sua causa. Queste cose, invero, mi son state di grande aiuto, quando mi afferrava dolorosamente il pensiero dell'infelicità a cui io e i miei cari potevamo essere esposti, per amore della mia professione di fede.

332) Quando mi veniva in mente che a causa di essa avrei potuto essere esiliato, pensavo a questo passo biblico: «Furono lapidati, segati, uccisi di spada; andarono attorno coperti di pelli di pecora e di capra; bisognosi, afflitti, maltrattati (di loro il mondo non era degno), erranti per deserti, monti, spelonche e per le grotte della terra» (Ebr. 11.37,38), a proposito di quelli che consideravano inadatti a dimorare in mezzo a loro. Pensavo anche a queste parole: «Lo Spirito Santo testimonia in ogni città che ceppi e tormenti mi aspettano»; in verità questa frase faceva sì che spesse volte la mia anima ragionasse sullo stato triste e doloroso degli esiliati, su come siano esposti alla fame, al freddo, ai pericoli, alla miseria, ai nemici e a mille altre disgrazie; ed alla fine poteva capitare di morire in un fosso come una povera pecora abbandonata e desolata. Ma, grazie a Dio, non sono stato influenzato da questi deboli ragionamenti, anzi, per causa loro, ho dedicato maggiormente il mio cuore a Dio.

333) Ora vi racconterò un bell'episodio: una volta, più delle altre, mi trovavo in uno stato di tristezza e depressione, e da molte settimane; ed essendo a quel tempo prigioniero da poco, e non molto pratico delle leggi, ero oppresso dal pensiero che la mia prigionia potesse concludersi con il patibolo, per quanto ne sapevo. Allora Satana mi attaccò duramente per farmi disperare, suggerendomi questi pensieri : «E se tu, al momento di morire, ti trovassi nella condizione di non assaporare le cose divine, e di non avere alcuna prova che la tua anima godrà dopo la morte di uno stato migliore?» (infatti a quel tempo tutte le cose divine erano nascoste alla mia anima).

334) Perciò, quando incominciai a pensarci, ne fui molto turbato, poiché consideravo tra di me che nello stato in cui mi trovavo non ero pronto a morire, e in verità non pensavo che avrei potuto esserlo, se fossi stato condannato a morte; inoltre pensavo che se con un balzo avessi tentato di arrampicarmi sulla scala del patibolo col tremito o con altri sintomi di mancamento avrei dato occasione al nemico di biasimare i sistemi di Dio e della sua gente, che dimostrava di essere così pavida. Questo pensiero mi pesava e mi tormentava, poiché mi sembrava di sentire tutta la vergogna di morire col viso pallido e le ginocchia vacillanti per una causa come questa.

335) Perciò pregavo Dio di confortarmi, e di darmi la forza di fare e sopportare quello che da lui ero chiamato a compiere; ma non comparve nessun conforto, e tutto continuò a restarmi nascosto. A quel tempo ero anche così posseduto dal pensiero della morte, che spesso mi sembrava di essere sulla scala, con la corda intorno al collo; l'unico incoraggiamento mi derivava dal pensiero che avrei potuto avere l'occasione di pronunciare le mie ultime parole ad una moltitudine di persone che pensavo sarebbero venute a vedermi morire; e, pensavo, se deve essere così, se Dio vorrà far convertire anche una sola anima con le mie estreme parole, non considererò la mia vita gettata via, né sprecata.

336) Ma tutte le cose divine continuavano ad essermi tenute nascoste, e il tentatore continuava a perseguitarmi con queste parole: «E dove andrai quando morirai? Che cosa sarà di te? Dove ti si troverà in un altro mondo? Quali prove hai di essere destinato al cielo e alla gloria, e di poter essere partecipe della santità?» In questo modo fui sballottato molte settimane, senza sapere cosa fare; finalmente, fui afferrato con autorità da questa considerazione, che era per la Parola di Dio e per le sue vie che mi trovavo in questa condizione, perciò ero impegnato a non indietreggiare da essa in nessun modo.

337) Inoltre pensavo che Dio poteva scegliere se darmi conforto adesso, o nell'ora della mia morte, ma non per questo io potevo scegliere se mantenere o no la mia professione; io ero obbligato, lui era libero: sì, era mio dovere rimanere fedele alla sua Parola, che egli posasse o no il suo sguardo su di me, o mi salvasse alla fine; perciò, pensavo, stando così le cose, io devo continuare la mia strada, e affidare la mia condizione eterna a Cristo, sia che io abbia conforto o no in questo luogo; se Dio non viene a me, pensavo, salterò dalla scala, anche ad occhi bendati, nell'eternità, bere o affogare, Cielo o inferno che sia; o Signore, se vorrai afferrarmi, ti prego di farlo; altrimenti, arrischierò tutto sul tuo nome.

338) Avevo appena preso questa decisione, che fui colpito da queste parole: «Giobbe serve Dio per niente», come se l'accusatore avesse detto: «Signore, Giobbe non è un uomo retto, egli ti serve per finto ossequio, perché tu hai messo un riparo intorno a lui, ecc. Ma ora stendi la tua mano, e tocca tutto quello che ha, ed egli ti maledirà apertamente»; ma come, pensavo, è segno della rettitudine di un'anima desiderare di servire Dio quando tutto gli è stato tolto? È un uomo pio quello che serve Dio in cambio M di niente, invece di desistere? Sia benedetto Iddio, allora, perché spero di avere un cuore retto : infatti sono deciso (e Dio mi conceda forza) a non rinnegare mai la mia professione, anche se non avrò nulla in cambio delle mie pene; e mentre stavo così ragionando, mi venne alla mente il Salmo 44, ai versi 12 e seguenti.

339) Ora il mio cuore era pieno di conforto, poiché speravo di essere sincero; per niente al mondo avrei voluto privarmi di questa prova. Ne sono confortato ogni volta che ci penso, e spero che benedirò Dio per sempre per l'ammaestramento che ho ricevuto da essa. Potrei riferire molti altri rapporti che Dio ha avuto con me, ma queste cose prelevate sul bottino di guerra io le ho consacrate alla manutenzione del tempio di Dio (1 Cr. 26-27).     

 

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